La mappatura come strumento di partecipazione

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Un articolo di Giulia appena pubblicato sulla Rivista di Scienze Sociali è l’occasione per riflettere sul ruolo del web mapping nei processi partecipativi e nel rivoluzionare il modo in cui rappresentiamo lo spazio in cui viviamo. 

Dovrei chiedere ai miei genitori se ricordano le mie prime grandi domande da bambina sul senso della vita, ma credo che una delle prime sia stata “perché siamo dove siamo?” Rovistando tra i ricordi della prima adolescenza, ho ritrovato alcuni appunti presi durante il mio primo volo aereo, all’età di 13 anni, appunti che sono pieni di bizzarri punti interrogativi sul rapporto tra lo spazio e il tempo. Sono sempre stata affascinata dalla magia della conformazione, dalla forma delle città, dalle sensazioni che danno i pieni, i vuoti, gli spazi vecchi, gli spazi nuovi, dai complessi meccanismi che guidano e orientano in modo apparentemente casuale il movimento delle persone fuori dalla propria abitazione.

Forse, se alle elementari non fossi stata costretta a lunghi salmi per imparare a memoria le capitali e sessioni mandaliche per ricalcare sui lucidi le cartine geopolitiche dell’Italia, avrei scelto di studiare una materia bellissima come la geografia. E’ invece al corso di laurea in Sociologia che ho trovato tanto pane per i miei denti e ho avuto modo di cercare risposta alle mie domande.

Oggi, grazie al lavoro che facciamo a Sociolab nell’ambito della partecipazione dei cittadini ai processi di rigenerazione e riqualificazione urbana e grazie ai continui stimoli del Gruppo del Pallaio, magistralmente condotto dal Professor Paolo Chiozzi, posso nutrire la mia passione segreta e pormi continuamente nuovi interrogativi sulla democrazia dello spazio.

In questo articolo uscito sull’ultimo numero della Rivista di Scienze Sociali, propongo in particolare una riflessione sulla rivoluzione del web mapping, il crescente utilizzo interattivo della mappe GIS.

Il controllo dell’ambiente è da sempre la prerogativa degli insediamenti umani e non consiste in un’azione ma in un processo al tempo stesso individuale e collettivo, fisico e percettivo, politico e culturale. Questo processo si realizza attraverso la narrazione e rappresentazione, cioè attraverso ciò che permette all’uomo di costruire cognitivamente l’esperienza di abitare – nel senso di essere e fare – lo spazio.

In questa cornice la mappatura e la produzione cartografica assumono una rilevanza centrale e quella che per secoli è stata un’attività esclusivamente scientifica, sia perché necessitava di competenze tecniche specifiche sia perché strettamente controllata dalle autorità preposte, è diventata negli ultimi decenni uno dei più potenti strumenti di inclusione e partecipazione degli abitanti alla progettazione e gestione del territorio.

L’avvento delle evoluzioni tecnologiche che hanno supportato la diffusione del web, ha letteralmente rivoluzionato i meccanismi di produzione e accessibilità delle informazioni geografiche e ha portato all’attivazione volontaria di milioni di human sensor  in progetti globali di mappatura collaborativa, che fanno profondamente riflettere sul tema della democratizzazione dei processi di controllo dello spazio in questa epoca di crisi della rappresentanza e della partecipazione politica.

L’articolo, come i miei libri preferiti, ha un finale aperto e sperando che qualcuno si appassioni alla lettura, sarebbe bello per me sapere cosa ne pensano gli altri.

Le fotografie che corredano l’articolo sono di Fabrizio Bruno, fotografo e sociologo, che con il suo lavoro tenta di coniugare la ricerca sociale in ambito urbano con le arti visuali e fanno parte di un progetto in progress che indaga la percezione e la memoria del territorio attraverso la realizzazione di mappe immaginarie individuali a partire dai frammenti dei luoghi personali e significativi.

Giulia Maraviglia

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